Succede che sono oggetto delle attenzioni di personaggi loschi: mi lusingano e mi gratificano, ma solo perché la mia presenza nel loro avido campo gravitazionale gli permette di gonfiare ancora un altro po' il loro ego, già troppo ingombrante per i miei gusti. Li vedo, che si pavoneggiano appena dimostro un briciolo di interesse nei loro confronti e mi espongono agli amici come se fossi lì solo per confermare il loro valore.
E se rifletto un pochino, mi accorgo che buona parte dei ragazzi con cui ho avuto a che fare sono, come la gente di cui sopra, gente che più o meno consapevolmente coltiva il proprio personaggio: il mattatore della compagnia, lo sbruffone, l'intellettuale tormentato. Gente profondamente innamorata di sé stessa.
E vedo che il mio essere ironica e provocatoria ha su di loro un effetto stimolante, innesca un gioco divertente ed innocuo di scherzi e ripicche. L'altro giorno sono uscita con uno, e mentre spudorata gli ridevo in faccia, lui pure se la rideva: il mio scherzoso (?) scherno non lo turbava minimamente. Questo mio modo di fare, però, fa sì che solo i peggiori presuntuosi riescano a rapportarsi con me senza sentirsi feriti quando raggiungo i picchi d'ironia; uomini più timidi, più riservati (ma altrettanto, se non più, interessanti) tendono invece a ritrarsi, intimoriti o avviliti, appena me ne esco con una qualche battuta leggermente indelicata. Devo darmi una regolata, mannaggiammè.