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venerdì 6 settembre 2013

Lo sto facendo davvero?



Ebbene sì, sto postando una ballata di Bon Jovi. Chi l'avrebbe mai detto: ero convinta di averle confinate tutte alle cotte adolescenziali; e invece. Il fatto è che queste canzoni riescono a dire quello che c'è da dire senza tante storie, con semplicità. 

E quando uno ti ha vista dare il peggio di te (ubriaca molesta piangente delirante), mandarlo affanculo ed intraprendere una cinematografica/rocambolesca fuga sotto la pioggia, durante la quale sei scivolata, hai preso una botta al piede, rotto una scarpa, sporcato i pantaloni, fatto cadere il cellulare (e impiegato venti minuti per riattaccare la batteria), per poi aggirarti (scalza, causa scarpa rotta) e perderti in un parcheggio della periferia di Milano... e quando finalmente lui ti trova, che ancora piove e ancora piangi e ancora sbraiti e hai una scarpa in mano, un piede dolorante e i vestiti sporchi e bagnati, all'inizio ti urla contro di tutto, ma poi ti conforta e ti dice che ti ama e che non devi avere paura, perché il vostro è un "rapporto costruttivo"... e il giorno dopo non solo non approfitta del tuo primo attimo di distrazione per darsi alla macchia, ma si prende pure la briga di ripetertelo, perché tu eri così schifosamente sbronza da averlo completamente dimenticato...
... Quando succede tutto questo, l'unica cosa da fare è dire "thank you for loving me" con una ballata strappalacrime di Bon Jovi.
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Il giorno dopo, mentre ti sta ripetendo quella cosa interessante della "relazione costruttiva", nella tua testa stupefatta (da tempo immemore abituata a riflettere su ben altro genere di dichiarazioni) si aggira un pensiero simile a questo: "Ma costruttiva nel senso di costruire? Ma davvero? Ma nel senso di Niccolò Fabi? E magari addirittura nel senso di costruire un fiume?"
Purtroppo ti stai vergognando come una ladra e non sei nella posizione di chi può mettersi a puntualizzare: puoi solo sperare di non averlo frainteso, che in realtà non stesse parlando, che ne so, di costruire le astronavi coi Lego.

martedì 30 luglio 2013

Valigiando

Giovedì parto: due settimane al mare col moroso. O forse è più corretto dire "due settimane al mare dal moroso". A casa sua: conoscerò genitori, parenti, amici. Non vedo l'ora di essere là, ma il pensiero di essere sotto i riflettori ("la morosa di O.!") mi mette un po' di agitazione. Prima o poi però ci si deve pur passare, per cui passiamoci e bon.
Due settimane al mare non le ho mai fatte. Trattasi di tappa miliare nella vita. Chi mi conosce bene, conosce anche la mia leggendaria piccola borsa della Camel (sì, Camel, le sigarette. no, non Chanel... perchiccazzomiavetepresa?), che mi acccompagna in gran parte dei viaggetti. Ebbene, stavolta se ne starà a casa: vista la portata dell'evento sto riempiendo la valigia grande.

Ho un po' di ansia da suocera.
Questo è il duecentesimo post su Let Love Rule!

martedì 16 luglio 2013

Ombre



Ci sono conflitti che fanno parte di me e che non spariranno. Non sarà lui a sciogliere i nodi e riempire i buchi più grandi. Nessuno mai ci riuscirà, se non io stessa, qualora decidessi di volermi crogiolare nel torpore beato di chi non pensa.
L'amore non c'entra niente con queste cose, me ne accorgo ora. Ingenuamente ho sempre pensato che avere vicino la persona giusta avrebbe sistemato tutto: non è così, le inquietudini persistono. Sono cose profondamente mie, che stanno ad un livello inaccessibile agli altri, anche a lui. Posso solo aspettarmi (... pretendere?) che lui accetti il mio bisogno di esplorare l'abisso, e che mi aiuti a togliere le zavorre e mi conforti quando decido che è ora di risalire.

Ascoltate la canzone qua sopra e le altre di questo ragazzo. La sensibilità.

giovedì 21 febbraio 2013

Dieci giorni che non scrivo

Un po' perché non ho nemmeno avuto il tempo di vivere, un po' perché quando ne ho avuto l'ho impiegato per vivere, sono dieci giorni che non scrivo. 
Succede che sono oggetto delle attenzioni di personaggi loschi: mi lusingano e mi gratificano, ma solo perché la mia presenza nel loro avido campo gravitazionale gli permette di gonfiare ancora un altro po' il loro ego, già troppo ingombrante per i miei gusti. Li vedo, che si pavoneggiano appena dimostro un briciolo di interesse nei loro confronti e mi espongono agli amici come se fossi lì solo per confermare il loro valore.
E se rifletto un pochino, mi accorgo che buona parte dei ragazzi con cui ho avuto a che fare sono, come la gente di cui sopra, gente che più o meno consapevolmente coltiva il proprio personaggio: il mattatore della compagnia, lo sbruffone, l'intellettuale tormentato. Gente profondamente innamorata di sé stessa. 
E vedo che il mio essere ironica e provocatoria ha su di loro un effetto stimolante, innesca un gioco divertente ed innocuo di scherzi e ripicche. L'altro giorno sono uscita con uno, e mentre spudorata gli ridevo in faccia, lui pure se la rideva: il mio scherzoso (?) scherno non lo turbava minimamente. Questo mio modo di fare, però, fa sì che solo i peggiori presuntuosi riescano a rapportarsi con me senza sentirsi feriti quando raggiungo i picchi d'ironia; uomini più timidi, più riservati (ma altrettanto, se non più, interessanti) tendono invece a ritrarsi, intimoriti o avviliti, appena me ne esco con una qualche battuta leggermente indelicata. Devo darmi una regolata, mannaggiammè.

venerdì 21 dicembre 2012

Il solito post a cavallo fra l'anno vecchio e l'anno nuovo

L'ho fatto nel 2011, lo faccio anche nel 2012.

Il 2012 è stato l'anno dei traguardi, in cui ho stretto i denti per raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissata.
La laurea, soprattutto, che mi ha portato un nuovo lavoro. Una figata di nuovo lavoro, alla faccia della disoccupazione e degli stage non retribuiti. Con un capo che mi sta dando tanto anche a livello umano. Sono soddisfatta e piena di stimoli per provare a costruire il mio futuro.
Quest'anno dovrò decidere dove voglio andare, cosa voglio fare da grande. Perché, per figo che sia, il nuovo lavoro è nato per essere precario. Posso buttarmi in un dottorato, o in un master, e quindi prepararmi a queste nuove sfide. Perché lanciarsi in questo mondo significa iniziare una specie di scalata, che non so se sono disposta a fare (v. paragrafo successivo). Oppure posso lasciare perdere il mondo universitario, e provare ad entrare nel mondo sempre più chiuso dei professionisti, idea che però mi piace sempre meno.

Il 2012 è stato anche l'anno dei sacrifici. E della delusione.
La vita sociale si è assottigliata sempre più, fino a sparire. Delle frequenti serate festose del 2011 rimangono solo sbiaditissimi e rarissimi revival, decimati per colpa dei ritmi pressanti di studio. E uno non può vivere così, io non posso. Io ho bisogno di uscire, fare, vedere gente. Altrimenti impazzisco, m'intristisco e cado nel gorgo dei pensieri bui. Solo gli incontri e la vita possono tenermi in piedi. Devo trovare un equilibrio tra "la scalata" e tutto il resto. Non voglio scegliere tra una cosa e l'altra, perché sarei in ogni caso lacerata.
E poi c'è stata l'inaspettatissima batosta del Pupo mio bellissimo. Che se n'è parlato fin troppo, ma è davvero brutto essere abbandonati e delusi dalla persona per cui saresti consapevolmente, felicemente ed incredibilmente pronta ad investire tutto. Io credevo in un futuro, lui no. Per la prima volta ho dovuto accettare una fine che io non sentivo minimamente.

E poi c'è stato il viaggio di fine settembre al Sud. Mi ha schiaffeggiata, quel viaggio, mostrandomi che vivo in un microcosmo troppo piccolo e troppo chiuso. Ho bisogno di più scambi e contaminazioni. Ho bisogno di addestrarmi a questo. Sviluppo pensieri tristi, attaccamenti e frustrazioni solo perché, pur sapendo di vivere in un grande mondo pieno di possibilità, sono sacrificata in un angolo dove ne arrivano ben poche. E sento l'angoscia. E salto, scoordinata, per saltare il muro che mi separa dal resto. Ma finora è sempre un po' troppo alto, quel muro.

mercoledì 10 ottobre 2012

Chi va là?



Negli uomini cerco ossessivamente il marcio. Se non lo trovo, provo almeno ad ipotizzarne l'esistenza. Sono capace di inventarlo, all'occorrenza.
Non credo più nella sincerità, nella trasparenza. O forse dovrei dire che non credo ancora alla sincerità. Non riesco ancora a recuperare questa fiducia, meticolosamente distrutta da un Pupo che sembrava innamorato ed insospettabile.
Non riesco a credere che uno mi cerchi semplicemente perché gli va di farlo. Penso che ogni messaggio sia una trappola, un'abile combinazione di parole, possibilmente false, che mira solo a rendermi vulnerabile. 

martedì 7 febbraio 2012

da "Non si muore tutte le mattine" del buon Vinicio

Forse è tutto questo. Avere più cura della luce. Non abbandonarsi alla notte. E non dico alla notte, non quella vera, dico al sonno. 
Bisognerebbe riuscire a starci svegli, puliti, in mezzo alla vita. Che non ti prenda più il sonno, il marcio del letto, che è lì che fanno le cimici, che poi si finisce a chiocciare come i vecchi, con qualcosa tra le mani. 
Tutto tace e il mondo non ti trova, la vita non ti trova. L’ossessione si prende tutto. E niente è più vasto del bicchiere d’acqua in cui ti sei annegato. 
Dunque se arrivi a imparare che un’anima ti può rendere l’anima, bisognerà ricordarselo, perché non serve avere trovato. Bisogna ricordarsi di avere trovato. 
Perchè tutto può sparire attorno a noi. La casa, le strade, due occhi di biglie in un vestito a ciliegie, quello che eri fino adesso. 
La notte ti prende e il mondo non basta più. Addio poesia, epica, amore per le scarpe, per i vestiti che iniziano a stare in piedi da soli, e sono proprio i tuoi vestiti. Tutto andato, e qualcuno ti viene a chiedere, ‘Ma che è successo, che è successo?’ E tu dici ‘Non lo so. Non lo so’. 
Perduto! Lost! Chi è perduto? 
Anche se sei nato già incapace di difenderti, schifosamente obbediente, così teso all’impiastro, non bisognerebbe essere troppo crudeli con sé stessi. Non darsi mai un sogno di quiete, né oggi, né domani. Non bisognerebbe, come se tutto fosse da arraffare, se tutto fosse sempre bottino. 
Non bisognerebbe, o forse è l’unico modo. Amare sempre, nella colica. Vedere luci e abbagli e vederli scomparire subito, o stare a impazzire tra le camere, tra i rumori dei tubi degli altri. 
Svuotarsi agli estranei, e non conservarsi niente.
Perché non si muore tutte le mattine. 
Buttarsi sempre, non seguire la voce. Stordirsi. Curarsi di quello che non c’entra, affardellarsi il groppone, divorarsi, affezionarsi ai mali. Non impadronirsi di niente. Diventare meno ubbidienti e meno vigliacchi, perdere la poesia e le mutande, perdere ogni cosa di dosso, non conservare niente, e farsi attaccare tutto. Curarsi invece l’anima, metterne un po’ dentro, un po' da parte. Come se non si dovesse morire per forza stanotte, come se ce ne fosse anche per domani, e dopodomani, perché è vero, si muore tutte le mattine, e un poco di più ogni volta e anche per tutte le altre volte.

venerdì 27 gennaio 2012

Occazzo, sono uguale a mia madre

Ho avuto quest'illuminazione. Sono uguale a mia madre, esattamente nella cosa che meno sopporto di lei. E forse è proprio per questo che 'sta cosa non la sopporto: perchè ce l'ho anch'io.

Mi ha viziata, si è sempre presa cura di me. C'è sempre e da sempre tutto quello che può, quando può. Anche quando non serve. E da un certo punto di vista questo è bellissimo, ma solo da un certo punto di vista.
L'altra faccia della medaglia è che poi, più o meno consapevolmente, chiede un compenso. Rinfaccia ogni torto che subisce, e già adesso pretende velatamente che io immoli la mia vita adulta alla cura della sua vecchiaia.

Io sono uguale a lei. L'unica cosa diversa è che io non rinfaccio. Non voglio far pesare agli altri questo mio modo di fare, fondamentalmente perchè me ne vergogno. Anzi, io nemmeno chiedo niente, in modo esplicito. E di questo me ne vanto, che sono eroica, io, coraggiosa! 
Ma la verità è che do sperando che poi venga il giorno in cui riceverò. Ed è una stronzata. Non è generosità, non è amore. E' una forma perversa di egoismo. E' una bulimia mandata al rewind. E' dare un mutuo a qualcuno che non l'ha chiesto.

Tante volte sarebbe meglio tenersene dentro un po', di buono, non spargerlo tutto in giro. Non consumarlo. Non sprecarlo. Nemmeno rinnegarlo. Far vedere che c'è, ma tenerlo dentro. Coltivarlo, proteggerlo. 

E non lo so se questo è un delirio che domani rinnegherò, ma ora lo vedo come la chiusura di un capitolo aperto un po' di anni fa. E adesso cancello il mantra, che mi disturba.
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