Un po' perché non ho nemmeno avuto il tempo di vivere, un po' perché quando ne ho avuto l'ho impiegato per vivere, sono dieci giorni che non scrivo.
Succede che sono oggetto delle attenzioni di personaggi loschi: mi lusingano e mi gratificano, ma solo perché la mia presenza nel loro avido campo gravitazionale gli permette di gonfiare ancora un altro po' il loro ego, già troppo ingombrante per i miei gusti. Li vedo, che si pavoneggiano appena dimostro un briciolo di interesse nei loro confronti e mi espongono agli amici come se fossi lì solo per confermare il loro valore.
E se rifletto un pochino, mi accorgo che buona parte dei ragazzi con cui ho avuto a che fare sono, come la gente di cui sopra, gente che più o meno consapevolmente coltiva il proprio personaggio: il mattatore della compagnia, lo sbruffone, l'intellettuale tormentato. Gente profondamente innamorata di sé stessa.
E vedo che il mio essere ironica e provocatoria ha su di loro un effetto stimolante, innesca un gioco divertente ed innocuo di scherzi e ripicche. L'altro giorno sono uscita con uno, e mentre spudorata gli ridevo in faccia, lui pure se la rideva: il mio scherzoso (?) scherno non lo turbava minimamente. Questo mio modo di fare, però, fa sì che solo i peggiori presuntuosi riescano a rapportarsi con me senza sentirsi feriti quando raggiungo i picchi d'ironia; uomini più timidi, più riservati (ma altrettanto, se non più, interessanti) tendono invece a ritrarsi, intimoriti o avviliti, appena me ne esco con una qualche battuta leggermente indelicata. Devo darmi una regolata, mannaggiammè.